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La raffigurazione della morte


«Io non bramo se non di spegner vita
e chi mi chiama le più volte schivo
giungendo spesso a chi mi torce il grifo»


La morte personificata è una figura presente fin dall'antichità nella mitologia e nella cultura popolare, e che risponde alla necessità dell'uomo di dare una forma e un'immagine tangibile alle proprie paure.
Nell'immaginario collettivo la raffigurazione più diffusa della morte personificata è quella di uno scheletro che brandisce una falce, mentre i temi più comuni con i quali viene rappresentata, sopratutto nel Medioevo, sono:
croce   scheletri che danzano con esseri viventi;
croce   scheletri armati di falce che infieriscono su persone di varie categorie sociali per sottolineare il concetto di uguaglianza dinanzi alla morte;
croce   raffigurazioni del Giudizio Universale correlato a una rappresentazione dantesca del Paradiso e dell'Inferno;
croce   raffigurazioni di 3 personaggi vivi e 3 personaggi morti come ammonimento sul ciclo della vita e della morte;
croce   associazione di simboli di morte a quelli del diavolo per evidenziare la contrapposizione tra l'anima e il corpo, la luce e il buio, la vita e la morte.

Ma mentre oggi lo scheletro è nell’immaginario collettivo l’immagine universale della morte, prima del tardo Medioevo questo concetto non esisteva.
I primi tentativi di raffigurare la morte nel mondo cristiano non contemplavano affatto l’iconografia dello scheletro; la morte era rappresentata, verso la fine del 1200, come una donna dalle fattezze comuni, che impugnava arco e frecce, poi con una falce, o mentre trasportava una bara.

Dal Quattrocento, la danza macabra orna le pareti dei cimiteri diventando materia letteraria sempre più diffusa, anche nelle incisioni, soprattutto tedesche e francesi. Saranno poi gli artisti del Quattrocento e del Cinquecento a rappresentare al meglio il cosiddetto Trionfo della morte, che diventerà lo scheletro che tutti conosciamo.

La rappresentazione della morte e l’immaginario comune sono mutati nel corso dei secoli, ma il tema ha continuato ad affascinare pittori, scultori e architetti come Bernini con il monumento funebre di papa Alessandro VII Chigi e successivamente Arnold Böcklin con Autoritratto con la Morte che suona il violino.

L’iconografia della morte nella storia

Il tentativo di attribuire comportamenti, pensieri, tratti umani ad un evento difficile da affrontare, da comprendere e spesso da accettare come la morte, ha millenni di storia e la fantasia e la cultura delle varie epoche hanno dato luogo a rappresentazioni davvero creative che si sono evolute nel corso dei secoli.
Che si tratti di una figura femminile, maschile o asessuata, la morte personificata è una presenza costante di molti miti, leggende e racconti: c’è sempre un'entità fisica, un demone, una divinità oppure un dio della morte che viene a prendere l’anima.
Il morire non è mai descritto come la semplice cessazione delle funzioni vitali o come una uscita spontanea dell'anima dal corpo, ma bensì come un accadimento destinato, già scritto.
Nella mitologia greca la personificazione della morte è costituita dal dio Thanatos, rappresentato come un giovane alato, di bell’aspetto, dalla figura sensuale e seducente. La morte quindi possiede un lato bello e attraente: c’è una bellezza anche nel morire, e il dio della morte rappresenta questo fascino.
In altre rappresentazioni Thanatos viene raffigurato mentre porta una torcia rovesciata affinché la fiamma soffochi, una simbologia funeraria che sta a significare la fine della vita, e una farfalla nell’altra mano, per simboleggiare l’anima che trasmigra nell’oltretomba.
La sua dimora è molteplice: secondo alcune versioni nel Tartaro, secondo altre all’entrata della porta dell’Ade; in alcune versioni latine, nelle lontane terre ad ovest, oltre le colonne d’Ercole.
Il carattere del dio della morte varia nei secoli, mutando da dio inesorabile che svolge il suo compito con minuziosa dedizione a dio magnanimo, rappresentazione della morte buona e misericordiosa. Anche la raffigurazione della morte cambia aspetto con il tempo, trasformandosi da figura bella e sensuale a decrepita, rappresentata da un vecchio dalle sembianze quasi scheletriche, con le carni in putrefazione, oppure da uno scheletro munito di falce e mantello nero.

Il Triste Mietitore

Tra le varie personificazioni della morte, una figura iconica frutto di un immaginario collettivo é rappresentata dal Triste Mietitore, noto anche come Sinistro Mietitore, Cupo Mietitore, Tristo Mietitore, Nera Mietitrice, Grande Mietitrice o Signora in Nero.
Come già detto, si tratta di uno scheletro che brandisce una falce, a volte vestito di un saio nero o di una tunica scura con cappuccio; una creatura irreale dalla vaga forma umana, riportata anche sul tredicesimo arcano maggiore dei tarocchi, che attinge dall'atavico e latente terrore del soprannaturale.
Questa personificazione della morte ha forme maschili ma più spesso femminili; come Thanatos, la divinità greca della morte, ha caratteri di brutale arroganza e aggressività e il suo operato è inflessibile quanto inevitabile. In alcune mitologie, il Tristo Mietitore fa sì che la vittima muoia semplicemente venendo a prenderla e portandola nell'oltretomba.
Questa figura viene generalmente associata all'idea di un'entità neutra, ossia né buona né cattiva, il cui unico compito sarebbe quello di accompagnare nel trapasso le anime degli esseri umani al regno dei morti. Si tratterebbe quindi solo di uno psicopompo che ha la funzione di recidere gli ultimi legami tra l'anima e il corpo, e guidare il defunto verso l'aldilà, senza avere alcun controllo su come e quando la vittima cessa di vivere.

Il Triste Mietitore deve la sua comparsa alla peste, detta anche la morte nera, per l’aspetto che assumevano i cadaveri in putrefazione. La falce di cui la morte è dotata, simboleggia la mietitura delle anime.
Con la comparsa delle epidemie del XIV secolo infatti, la letteratura ecclesiastica punta sull'inquietudine dei fedeli e trova nel memento mori il messaggio ideale per compiere la sua azione moralizzatrice. Se gli uomini erano troppo attaccati alla vita terrena, non restava che mostrare loro la vanità delle loro gioie, facendo leva sull'orrore per le inevitabili conseguenze fisiche e tangibili della morte.
Con la figura del Tristo Mietitore, la bellezza e la sensualità del dio greco Thanatos vengono quindi sostituite da una raccapricciante quanto spaventosa icona, che mostra in una suggestione macabra, spettrale e al tempo stesso persuasiva, il destino che attende inesorabilmente tutti mortali: il deterioramento del corpo e la sua nullificazione.


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