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La società post mortale |
Occorre innanzitutto chiarire il significato di morte naturale che non è, come qualcuno potrebbe pensare, il morire tranquillamente nel proprio letto per raggiunti limiti di età, quindi
di vecchiaia.
Morire per cause naturali significa morire per cause interne, ossia patologie, in contrapposizione a cause esterne rappresentate da eventi fortuiti e letali, accidentali o no che siano
dipendenti dal caso o dalla volontà altrui.
Pertanto, quando il medico che certifica il decesso di una persona, utilizza nell'atto di morte la frase di rito «decesso per cause naturali», si riferisce ad una qualunque
forma di patologia che abbia determinato la morte del soggetto.
Come già detto, morire di malattia è un evento naturale: la vita ha un suo inizio ed una sua fine, e se la fine non avviene a causa di un trauma o di suicidio, avviene
necessariamente per malattia. È la norma.
Tuttavia nella società odierna l'idea della morte, e con essa il concetto del tempo e del limite, sono venuti meno. Oggi non si muore più in assoluto, non si muore per volontà
divina o perché si è semplicemente mortali: si muore per una causa specifica, individuale, definibile, isolabile. La morte viene quindi scomposta, decostruita e frazionata
nelle sue cause.
L’attenzione non é più sulla morte, ma bensì sulla causa del decesso, e sulla causa si può e
si deve intervenire: la morte perde così il suo statuto di naturalità e diventa semplicemente l’ultima malattia che, come tutte le malattie, è potenzialmente
curabile.
La lotta contro la morte si esercita anche nei confronti della vecchiaia. L'invecchiamento infatti, visto come una premessa della morte, viene colto anch'esso come una malattia
– dunque potenzialmente guaribile – che impegna una quantità di discipline nel tentativo di annullare gli effetti devastanti del tempo, se non addirittura impedire al corpo
di invecchiare e sviluppare le patologie tipiche dell'età, ridando quindi attualità al mito dell’eterna giovinezza o dell'elisir di lunga vita.
Oggi viviamo in quella che la sociologa canadese Céline Lafontaine ha chiamato società postmortale, ossia una società caratterizzata dalla
volontà di vivere senza invecchiare, di vincere la morte con la tecnica, di prolungare indefinitamente la vita. Posporre la morte, intervenire sulle sue cause,
modificarne le frontiere, controllare l’insieme dei suoi parametri, comprendere il suo processo per estendere il più possibile l'aspettativa di vita, spingere oltre i limiti
della longevità umana.
Se il sogno dell’immortalità è antico come l’uomo, la società post mortale postula grazie alle innovazioni tecnoscientifiche applicate all’ambito biomedico,
la realizzabilità di questo sogno, e la sua dislocazione dai cieli alla terra, dagli dei agli umani, dal
domani escatologico dell’aldilà all’oggi del qui e adesso.
Emerge una speranza non più religiosa, ma scientifica e medica: alla
promessa di una immortalità dell’anima, si sostituisce quella di una amortalità del corpo. Svaniscono come vecchie
memorie il memento mori e la paura della morte.
Il concetto di amortalità è stato ben precisato da Edgar Morin: «Noi oggi sappiamo che nell’impossibilità di essere immortale
(poiché l’immortalità è una concezione religiosa inverificabile), l’uomo può diventare amortale, vale a dire, teoricamente, prolungare
indefinitamente la sua vita. Nondimeno egli resta mortale perché può sempre morire per un incidente, per una catastrofe naturale o incidente, per violenza».
Amortalità non significa quindi che la morte naturale non c'è più, ma che è un'opzione, la si può scegliere o rinviare, al di fuori da ogni naturalità. Basta con l'immortalità riservata a Dio
o al desiderio ultraterreno.
Poiché l’uomo, pur essendo predisposto biologicamente alla sopravvivenza, é consapevole della propria finitudine, elabora da sempre strategie di superamento della morte. Sia cercando di dare un futuro a se stesso attraverso i figli e la discendenza, sia ricorrendo ad una fede religiosa per la quale la vita prosegue nell’aldilà, sia dando un contributo importante alla società in modo da lasciare un’impronta indelebile nel mondo dei vivi e assicurarsi fama imperitura narrata da generazione in generazione.
La decostruzione della morte ha significato la medicalizzazione della morte, alimentando negli individui la speranza di prolungare eternamente la propria esistenza.
Strappata a una visione teologica del mondo, la morte non é più vista come esito ineluttabile della vita, ma come fenomeno biologico affidato al sapere della scienza medica. Scienza che
ha bisogno di luoghi in cui poter essere messa in atto, di tecnici che la sappiano usare, di team di esperti che possano integrare le competenze e intervenire, per cui la medicalizzazione
della morte è diventata ospedalizzazione.
L’ospedale costituisce quindi il luogo in cui non ci si reca più soltanto per guarire, ma anche per concludere la propria vita, lontano dalle attività quotidiane consuetudinarie della società.
La vita non è senza la morte, ma quest'ultima viene affidata alla tecnica e agli esperti, ispirando una società che crea anzianità sempre più
longeve.
Così la società postmortale rischia di divenire una società sovrappopolata di anziani sempre più anziani e con sempre meno giovani.
Dietro al postmortale vi é un’ideologia di controllo, tanto della vita quanto della morte: amministrare la morte significa anche la possibilità di somministrarla (tramite eutanasia).