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La morte e la fotografia

Susan Sontag ha scritto nel suo saggio Sulla fotografia (Einaudi, Torino 1978), che ogni fotografia è un memento mori. Fare una fotografia significa essere partecipi della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un'altra persona (o di un'altra cosa). Ed รจ proprio congelando un determinato istante che tutte le fotografie attestano l'inesorabile azione dissolvente del tempo.

In ogni epoca la macchina fotografica ha stabilito una relazione con la morte. Alle sue origini la fotografia veniva spesso eseguita nei cimiteri, luoghi ideali in quanto aperti e caratterizzati da molta luce e molta tranquillità (ciò di cui si aveva bisogno a causa dei lunghi tempi di esposizione).
In epoca vittoriana vi era la pratica di farsi fotografare accanto ai propri defunti: nelle fotografie post-mortem i cadaveri vengono ritratti come dormienti oppure come se fossero vivi, con gli occhi aperti e circondati dai parenti.
Tra le relazioni più curiose tra la fotografia e la morte, vi è la diffusione delle cosiddette fotografie di fantasmi di moda verso la fine dell'Ottocento: era il momento della fotografia spiritica, un tipo di fotografia chiamata dal movimento occultista e spiritista a catturare immagini di fantasmi e altre entità spirituali provenienti dall'oltretomba, solitamente persone decedute.

La fotografia per la sua stessa natura vince sempre la morte a cui soccombono tutti coloro che vengono fotografati. E le vecchie fotografie evocano la morte perchè mostrano un mondo che non c'è più.
Con l'avvento della Grande Guerra (1915-1918) la fotografia entra prepotentemente a far parte di un vero e proprio processo comunicativo di massa. Se negli interni familiari le fotografie fissavano i ritratti dei propri cari, prima che diventassero cari estinti, negli esterni inseguivano le azioni di guerra mostrando o occultando le atrocità. Oppure ritraevano i prigionieri politici e i presunti avversari dell'ideologia al potere, pochi istanti prima che venissero giustiziati. Fotografie di esecuzioni che trasmettevano con enfasi la conclusione di una vita e la trionfale soddisfazione dei carnefici.
Una componente significativa del patrimonio fotografico relativo alla Grande Guerra è costituita dai ritratti in fotoceramica dei caduti, posti sui monumenti commemorativi o sulle lapidi per mantenere viva la memoria delle vittime del conflitto.
Di taglio diverso le oltre 2 milioni di fotografie delle vittime dell'Olocausto, scattate negli anni tra il 1933 e il 1945, e che documentano le persecuzioni razziali naziste dal loro inizio fino alla definitiva chiusura degli ultimi campi profughi. Immagini crude di atrocità, morte e sopravvivenza, costituiscono un poderoso archivio in cui i mucchi di cadaveri documentano, contro ogni ipotesi negazionistica, una dignità umana perduta.


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