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La fotografia post mortem

La fotografia post mortem era una pratica fotografica sviluppatasi nell’epoca vittoriana e caduta in disuso attorno agli anni quaranta del Novecento.
Se la famiglia riusciva a racimolare i fondi necessari, il defunto veniva vestito con i suoi abiti migliori e chiamato un fotografo per scattare un ultimo ritratto prima della sepoltura.
Le prime foto post mortem erano solamente ritratti funebri del viso o a mezzo busto. Successivamente gli adulti venivano fotografati nella bara, con i parenti accanto. Nel periodo dal 1840 al 1860 era di uso posizionare il cadavere in un divano, con gli occhi chiusi e la testa appoggiata a un cuscino, in modo da sembrare addormentato in un sonno profondo.
Negli anni successivi la fotografia post mortem si é evoluta in immagini che richiamassero la quotidianità: si iniziò quindi a raffigurare i cadaveri come se fossero ancora vivi, in posizioni più realistiche, con gli occhi aperti e seduti comodamente sulle sedie.
I bambini morti, invece, erano spesso mostrati su un divano o sulle ginocchia dei loro genitori, come se stessero riposando, a volte con il giocattolo preferito o con degli animali domestici.
I neonati venivano spesso fotografati nelle braccia delle loro madri, nell’atto di dormire oppure accanto ai propri fratelli vivi o circondato dai propri giochi.
In seguito, allo scopo di ottenere una scena più realistica, i cadaveri erano posizionati della stanza sorretti da piedistalli e supporti (nascosti dietro tende o mobili) e raffigurati in piedi da soli per dare l’idea di una vita ancora presente. In queste fotografie il morto é spesso rappresentato insieme ai propri cari, come in una normale foto di famiglia, e solo ad una attenta analisi lo si riesce a distinguere.

Immortalare la morte era una consuetudine molto diffusa in epoca vittoriana che, al di là dell’aspetto macabro, rappresentava un modo per ricordare il proprio vissuto e le persone che ne hanno fatto parte, e sopratutto costituiva un valido aiuto nel processo di elaborazione del lutto.
La fotografia post mortem era come parte integrante del funerale, e serviva per omaggiare i cari defunti, in un’epoca in cui a morire erano soprattutto i fanciulli in tenera età.

Ritrarre con una macchina fotografica, e non con le tradizionali tecniche di pittura, quell’enigmatica maschera di tragica serenità che si modella sul volto dei defunti, rappresentava nel XIX secolo come una sfida per una nuova e trasgressiva forma d’arte.
Dalle figure intere, spesso in camere preparate con fiori, candelabri e tessuti pregiati, adagiate sul proprio letto o nella bara, alle foto del solo volto, la fotografia post mortem riusciva a proporre un’immagine il più naturale e serena possibile dei morti, a cui seguivano dei ritocchi in postproduzione per rendere l’effetto di persone in vita ancora più veritiero.
Nel sapiente velo di trucco steso delle guance per nascondere quel trascolorare livido che i fenomeni cadaverici le avrebbe rapidamente deturpate, il ruolo del fotografo anticipava in qualche modo gli odierni trattamenti di tanatoestetica, perché ricorreva alla cosmesi e alla colorazione per riprodurre un’apparenza di vita.


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