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Tipologie di morte

La morte non estingue in modo istantaneo e globale l'attività di tutte le cellule. Sul piano biologico, il morire é un processo evolutivo che colpisce gradualmente le cellule dei diversi tessuti, in base alla loro differente resistenza alla carenza di ossigeno, fino alla estinzione di ogni attività vitale, con il permanere dei soli fenomeni enzimatici colliquativi-putrefattivi.
Il momento della morte é quando avviene la perdita totale ed irreversibile della unitarietà funzionale dell'organismo. Il processo del morire termina quando tutto l'organismo giunge alla completa necrosi.
Le modificazioni organiche cui va incontro l’organismo a seguito della morte sono denominati fenomeni cadaverici.

La definizione di morte

La definizione di morte è quella di morte cerebrale, intesa oggi come cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell'intero cervello, incluso il tronco cerebrale. Questo concetto venne introdotto nel 1959 dai neurologi francesi P. Mollaret e M. Goulon con l'espressione «coma dépassé» (stato oltre il coma).
Nel decennio successivo si svilupparono tecniche e criteri migliori per l'accertamento della morte. Una commissione di medici della Harvard Medical School descrisse, in un famoso rapporto, nel 1968, i criteri neurologici del coma irreversibile o whole brain death (morte dell'intero cervello), come uno stato caratterizzato da: mancanza di recettività cerebrale e di reattività, assenza di movimenti e di respirazione, assenza di riflessi ed elettroencefalogramma piatto.

I vari tipi di morte

Negli studi medici contemporanei vengono individuate quattro tipologie di decesso:

la morte relativa, che ha luogo nel momento in cui cessano le attività respiratorie, circolatorie e nervose ma in modo non necessariamente irreversibile. È ancora possibile un ripristino delle funzioni vitali mediante l'intervento di tecniche rianimatorie, purché vengano applicate tempestivamente, prima che si verifichi la distruzione dei tessuti nervosi;

la morte apparente, che si distingue dalla prima poiché in essa tali attività sembrano cessate pur non essendolo, in quanto si sono solo attenuate ed è in teoria possibile ripristinare la loro funzione.
Si tratta di uno stato caratterizzato da perdita della coscienza e della sensibilità, impossibilità di percepire il battito cardiaco e i movimenti respiratori, assenza dei riflessi, flaccidità muscolare e rilasciamento degli sfinteri, cosicché il soggetto appare morto pur essendo ancora in vita.
Nei casi in cui si abbiano dubbi di morte apparente o dove non siano chiare le motivazioni che hanno provocato il decesso, il regolamento di polizia mortuaria (DPR n. 285/1990, art.9) stabilisce che occorre tenere in osservazione il cadavere per almeno 48 ore. Solo trascorso questo lasso di tempo si potrà decretare l’effettiva morte del soggetto;

la morte intermedia, che ha luogo quando le funzioni vitali del soggetto sono irreversibilmente compromesse ma permangono attive attività biologiche secondarie destinate a cessare in breve tempo. Tra i fenomeni di vita residua si annoverano movimenti fibrillari degli atri, contrazioni di singole porzioni del miocardio allo stimolo meccanico o elettrico, persistenza di capacità digestiva e peristaltica, persistenza della crescita dei peli e delle unghie;

la morte assoluta o biologica, quando cessano anche le attività biologiche secondarie o elementari. È la cessazione irreversibile di tutte le funzioni biologiche, e corrisponde alla morte cellulare e all’avvio della distruzione anatomica integrale che porta al rientro della materia nell’economia generale della natura.


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